“Tutti si ricordano di mio fratello Paolo, ma nessuno conosce i nomi di quei ragazzi che con i loro soli corpi cercarono di salvarlo dall’esplosione. Quei ragazzi sono conosciuti come la scorta”. Così ha iniziato a parlare ieri sera Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino, ad un incontro organizzato con la cittadinanza di Osimo.
Tutti conoscono il giudice Paolo Borsellino e la sua tragica morte; fatto a pezzi a causa della bomba nel vero senso della parola, come dice Salvatore, tanto che il giorno dopo dell’attentato una mano venne ritrovata nel balcone del sesto piano della palazzina dove abitava la madre del giudice.
Salvatore, più di ogni altra cosa, tiene a dire i nomi di quei ragazzi, di quella scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina (appena 19enne).
Questi ragazzi furono scelti tra i tantissimi che, dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, si presentarono alla porta del giudice Borsellino per chiedergli di poter far parte della sua scorta.
Sentire le storie che parlano della mafia ha un suo effetto, ma sentirle dire da chi l’ha vissute in diretta (anche se Salvatore Borsellino abitava a Milano) è tutta un’altra cosa.
Paolo Borsellino sapeva che da qualche giorno era arrivato in città un carico di esplosivo e che quell’esplosivo era per lui e nei giorni prima dell’attentato continuava a ripetere: “devo fare in fretta”. Sapeva che sarebbe morto di lì a poco.
Negli ultimi tempi, dice Salvatore, non faceva neanche più le carezze ai figli, niente, neanche una coccola, un bacio. Non gliele faceva perchè sperava che quando fosse stato ucciso gli sarebbe mancato di meno.
Ecco cosa significa essere un giudice antimafia, non poter accarezzare nemmeno i propri figli.
Il giorno dell’attentato l’autista del giudice stava facendo retromarcia quando ci fu l’esplosione. La macchina venne sbalzata dall’onda d’urto ma lui rimase illeso. Ancora oggi quando scende dal letto la notte ritrae le gambe quando deve appoggiare i piedi per terra. Rivive a vent’anni di distanza quegli attimi. Scese dalla macchina e appoggiò i piedi su pozzanghere di sangue e la carne maciullata dei propri colleghi.
La Polizia raccolse i resti degli uomini della scorta in scatole piccole, era poco quello che c’era da raccogliere.
Salvatore si chiede come un attentato del genere sia stato possibile.
Come poteva la mafia avere 100 kg di Semtex, un esplosivo che utilizzano solo i militari e per il cui utilizzo sono necessari i più rigidi protocolli?
Come mai alle macchine non veniva impedito di parcheggiare in via D’Amelio? Una via ritenuta cruciale perchè molto spesso il giudice Borsellino andava a trovare la madre.
Come mai il ministro della Giustizia Martelli chiamò Borsellino e gli disse di lasciar perdere le indagini a cui stava lavorando?
I ragazzi della scorta, il cui funerale fu celebrato prima del funerale di Paolo Borsellino, ebbero i funerali di Stato.
Paolo Borsellino invece non li ebbe perchè la famiglia rifiutò. “Io non ho seppellito mio fratello e non lo seppellirò fino a che non avrò giustizia, anche se non credo che riuscirò a trovarla nei pochi anni che mi restano” ha dichiarato Salvatore.
Ai familiari di Emanuela Loi, ragazza che faceva parte della scorta, lo Stato recapitò la fattura per le spese del trasporto della bara. E i familiari, che non avevano più un soldo, dovettero chiedere un prestito.
“Questa non è stata una strage di mafia, è stata una strage di Stato! E io che sono andato via da Palermo a 27 anni per cambiare vita mi accorgo che ho sbagliato perchè i mafiosi che sono a Palermo sono anche al Nord e io ho sbagliato a lasciare la mia famiglia! Dei politici che non rispettarono i patti con la mafia sarebbero dovuti morire e invece lo Stato decise di sacrificare il giudice Paolo Borsellino!”
Salvatore racconta che dopo il funerale del giudice, sui balconi delle case di Palermo, iniziarono a spuntare delle lenzuola con scritto sopra: IO SONO CONTRO LA MAFIA.
“E guardate che appendere una cosa del genere a Palermo non è come appenderla qui in Ancona per esempio. Appenderla a Palermo significa aspettarsi di morire da un giorno all’altro”.
Ma questa volta non importava. Tutti erano con il giudice Borsellino, sacrificatosi per combattere quello che è un tumore vero e proprio del nostro Paese.
Ma Borsellino non è morto inutilmente. Egli ha lasciato un segno indelebile, che neanche la mafia può togliere. Uccidendolo, la mafia ha reso il giudice Borsellino l’icona della lotta continua contro l’anti-Stato.
Palermo non mi piaceva, per questo imparai ad amarla. (Paolo Borsellino)
Se una cosa ci piace siamo disposti a tutto per cambiarla in meglio, e Paolo Borsellino se la fece piacere Palermo, se la fece piacere per poterla cambiare in meglio.
Forse ci riuscì, forse no. Ma di sicuro, col suo gesto, riuscì a cambiare in meglio la mentalità degli italiani. Riuscì a far comprendere che la lotta alla mafia deve essere una cosa di tutti e non solo una cosa dei giudici.
LA LOTTA ALLA MAFIA DEVE ESSERE UNA COSA DI TUTTI E NON SOLO UNA COSA DEI GIUDICI.
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